UDIENZA APPELLO PER I FATTI DEL SAN PAOLO

OGGI PRESSO LA SECONDA CORTE DI APPELLO SI è TENUTA L’UDIENZA PER IL PROCESSO DI APPELLO PER  GLI SCONTRI AVVENUTI ALL’OSPEDALE SAN PAOLO LA NOTTE DEL 16  MARZO 2003. SOTTO PROCESSO  PER RESISTENZA E LESIONI SONO 4 COMPAGNI OLTRE TRE APPARTENENTI DELLE FORZE DELL’ORDINE, 2 CARABINIERI ED UN POLIZIOTTO. IN PRIMO GRADO 2 DEI 4 COMPAGNI SONO STATI CONDANNATI AD UN ANNO ED OTTO MESI ED UN RISARCIMENTO COMPLESSIVO DI 100 MILA EURO. MENTRE UN CARABINIERE, QUELLO FAMOSO RIPRESO NEL VIDEO CHE PICCHIAVA VIGLIACCAMENTE UN COMPAGNO A TERRA, A TRE MESI. PER MOTIVI DI TEMPO NON TUTTI  GLI AVVOCATI SONO STATI ASCOLTATI E QUINDI SI è FISSATA UNA NUOVA UDIENZA PER VENERDI 15 FEBBRAIO 2009.

 LA VERITA’ SU COSA è SUCCESSO IL 16 MARZO 2003 DEVE ESSERE PATRIMONIO COLLETTIVO E NESSUN GIUDICE NE TRIBUNALE POTRA’ CAMBIARLA:PRIMA LE LAME DEI FASCISTI DOPO I MANGANELLI DEGLI SBIRRI 

CON DAX NEL CUORE

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MERCOLEDI 9 GENNAIO ORE 9 PROCESSO D’APPELLO PER IL SAN PAOLO

Mercoledì 9 gennaio presso il tribunale di Milano dalle ore 9 si terrà l’udienza per il processo di appello per i “fatti “ del San Paolo.

 

La notte del 16 marzo 2003 dopo che i fascisti feriscono mortalmente Dax, Davide Cesari, i poliziotti e i carabinieri caricano i compagni e gli amici accorsi all’ospedale San Paolo.

 

Ora sotto processo sono quattro compagni, di cui due condannati in primo grado, feriti  dalle forze dell’ordine

per processo san paolo 

DOPO LE LAME DEI FASCISTI I MANGANELLI DELLA POLIZIA E LE MAZZE DEI CARABINIERI

 

COME LA DIAZ COSI’ IL SAN PAOLO

 

CON DAX NEL CUORE

in allegato il comunicato degli imputati

s.paolo.rtf

 

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THINK GLOBAL ACT- 8 dicembre 2007 Milano

SABATO 8 DICEMBRE DALLE ORE 14 IN PIAZZA CADORNA A MILANO PRESIDIO INFORMATIVO


Su Genova , sul processo dell’11 marzo , sull’attacco ai movimenti e al diritto alla resistenza


Chi devasta? Chi saccheggia?

Liberi Ribelli

8 dicembre.doc

THINK GLOBAL ACT LOCAL.italiano.docchi devasta? chi saccheggia?
8 dicembre 2007

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CON ALDRO NEL CUORE – SECONDA UDIENZA

Aldro, primi lampi di verità
in aula spunta un teste-chiave
 Quello che è accaduto all’alba del 25 settembre 2005 è rimasto ai margini, ieri, della seconda udienza del processo Aldrovandi. L’audizione dei primi testimoni dell’accusa (i genitori del diciottenne morto durante un intervento di polizia e gli amici che trascorsero con Federico la sua ultima notte) ha portato infatti a esplorare soprattutto il “prima” e il “dopo” di quella tragica mattina.

I quattro imputati, Paolo Forlani, Enzo Pollastri, Luca Pontani e Monica Segatto (tutti presenti) solo a tratti sono stati citati dai teste o nelle domande del pubblico ministero Nicola Proto, degli avvocati di parte civile Fabio Anselmo, Riccardo Venturi, Alessandro Gamberini e Beniamino Del Mercato, o della difesa Michela Vecchi (affiancata da Davide Bertasi), Gabriele Bordoni, Alessandro Pellegrini e Giovanni Trombini. Perché il protagonista dell’udienza di ieri è stato un ispettore di polizia che finora era sempre rimasto al “riparo” dell’attenzione mediatica. Si tratta di Nicola Solito, uno dei dirigenti della Digos, e che secondo la testimonianza di Patrizia Moretti, la mamma di Federico, rappresenta una figura chiave per ricostruire – appunto – il “dopo”.

Perché ieri il processo si è concentrato – oltre che sulla ultima serata di Federico – sulle fasi successive alla sua morte, e sulle quali i familiari e gli avvocati di parte civile a più riprese in passato hanno puntato il dito. Fu proprio Solito, la mattina del 25 settembre, a dare ai genitori la notizia della morte del ragazzo, dopo ore frenetiche passate a cercarlo al cellulare, a chiedere informazioni in Questura o all’ospedale. Fino alle 11 del 25 settembre, le uniche informazioni che i genitori erano riusciti a ottenere – da una voce maschile che si era qualificata come agente di polizia rispondendo a una chiamata del papà – era che Federico aveva perso il cellulare in via Ippodromo.
«Nicola Solito è un amico di famiglia – ha raccontato la mamma – i nostri figli sono cresciuti insieme. Quella mattina è venuto a casa nostra accompagnato da due agenti in divisa». E’ a quel punto che i genitori sanno che Federico è morto. «Ma ancora non capivamo bene in che circostanze. Solito ci ha riferito che non sembrava più lui. Che i suoi colleghi gli avevano raccontato che si era fatto male da solo sbattendo la testa contro il muro, che gli agenti erano intervenuti per fermarlo ma che non avevano fatto nemmeno in tempo a toccarlo, perché gli era morto davanti. Mi ha anche consigliato di non andare a vederlo». Il riconoscimento del cadavere spetterà allo zio paterno, che torna dall’obitorio «sconvolto».

Ma, ha proseguito la mamma, fino a quel momento «non avevamo sospetti». Nemmeno quando lo stesso Solito, il giorno dopo, consiglia: «Fossi in te mi procurerei un avvocato e un medico legale». Le perplessità hanno cominciato a maturare «due giorni dopo, il 27 settembre, quando siamo stati convocati in Questura con una telefonata dello stesso Solito. Pensavamo di ricevere parole di solidarietà dal questore, invece siamo stati aggrediti».

Il motivo della convocazione, ha detto ancora la mamma, è un articolo del “Carlino” in cui la famiglia, attraverso i suoi legali, affermava che il ragazzo era “sfigurato”. «Il questore Elio Graziano voleva sapere perché avessimo detto quelle cose ai giornali, ma io e mio marito non avevamo mai parlato con nessun giornalista, forse l’aveva fatto il nostro legale (Fabio Anselmo, ndr). Il Questore ha anche aggiunto che fino a quel momento avevamo ricevuto un trattamento di favore, perché alla stampa era stata fornita la versione del malore. Al colloquio era presente anche il capo della Mobile Pietro Scroccarello, che ci ha detto che le indagini sulla morte di Federico sarebbero state indirizzate al centro sociale “Link” di Bologna, dove nostro figlio aveva trascorso la serata. Secondo loro Federico aveva assunto sostanze e ha aggiunto che poteva succedere anche nelle migliori famiglie».

Ma a incrinare la fiducia dei famigliari nelle indagini, ha detto ancora Moretti, sono state soprattutto tre affermazioni. La prima, sempre del questore Graziano, «che ci ha riferito che i quattro agenti dopo l’incontro con Federico si erano fatti refertare, ma non avevano intenzione di chiederci i danni». La seconda, del procuratore capo Severino Messina «che prima ancora dell’autopsia ha dichiarato alla stampa che Federico non era morto per le percosse. Era la prima volta che sentivamo parlare di percosse, fino a quel momento ci avevano detto di un malore». La terza è dell’ispettore Solito. «Dopo il colloquio in Questura è venuto a casa nostra per dirci di liberarci del nostro avvocato e di aver fiducia nelle indagini. Ma dopo una lunga pausa ha aggiunto: “Sono padre anch’io e al vostro posto seguirei il mio cuore”».

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MARTEDI 27 NOVEMBRE ORE 21 IN PERGOLA -THINK GLOBAL ACT LOCAL

MARTEDI 27 NOVEMBRE ALLE ORE 21 IN PERGOLA ASSEMBLEA PUBBLICA DI LIBERIRIBELLI
PER LA COSTRUZIONE DELLA MOBILITAZIONE E DELLA SOLIDARIETA’

THINK GLOBAL ACT LOCAL

Proposta mobilitazione internazionale di solidarietà con gli imputati del G8 genovese

Con l’avvicinarsi della sentenza per i 25 compagni e compagne del processo G8 è cresciuto il desiderio di provare a declinare al massimo le forme di solidarietà e lotta.
La vicenda processuale genovese è legata a quelle di Milano e Torino per l’uso del reato di “devastazione e saccheggio” che prevede pene altissime (da otto a quindici anni) applicato alle manifestazioni di dissenso e scontro politico.
La sentenza d’appello per i fatti dell’11 marzo ha visto la creazione del suo primo precedente giudiziario (6 anni scontati a 4 per il rito abbreviato per 15 degli antifascisti imputati) proiettando una minacciosa ombra sull’imminente esito del processo g8.

Sabato 17 novembre rappresenta un appuntamento importante. La speranza è che sia solo un primo passaggio a cui far seguire, in un meccanismo virtuoso, altre iniziative in vista del giorno della sentenza. Il tentativo – che da portare avanti tutti e tutte nella maniera più coordinata possibile – potrebbe essere di indire una giornata, sabato 8 dicembre, di mobilitazione simultanea in numerose città italiane ed estere, con presidi/presenze in luoghi simbolici (palazzi di giustizia/carceri/ambasciate/consolati…).
Il G8 ha avuto un carattere internazionale e, se già nel 2001 la polizia italiana aveva dato prova delle scelte politiche operate nella gestione del dissenso, culminate con l’omicidio di Carlo, oggi la magistratura segue le sue orme con la richiesta di condanna esorbitanti per i manifestanti: veri e propri capi espiatori, che secondo l’ipotesi della Procura dovrebbero “ pagare per tutti” con richieste di pena pesantissime, fino a 16 anni di reclusione. Pagare in modo esemplare affinché sia un’efficace monito rivolto a tutti coloro che, in futuro, oseranno ribellarsi.
Al contrario, i due processi a carico delle forze dell’ordine, per il massacro poliziesco della Diaz e le torture a Bolzaneto, sono ancora in fase di dibattimento e la sentenza di primo grado non sarà emessa prima del prossimo anno.
Sentenza che, comunque vada, per la quasi totalità dei reati contestati, sarà solo formale, in quanto a breve interverrà la prescrizione a cancellare tutto con un colpo di spugna.

In Italia le giornate del luglio 2001 hanno rappresentato uno spartiacque nella gestione dell’ordine pubblico e del dissenso: la Polizia che spara sui manifestanti, l’omicidio di Carlo Giuliani, i blindati lanciati a folle velocità contro le persone, “la macelleria messicana” alla Diaz, le torture a Bolzaneto, i pestaggi indiscriminati di persone inermi, le devastazioni da parte delle forze dell’ordine anche di autoambulanze. Tutto questo mentre onorevoli di An, Ascierto e Fini si trovavano nelle centrali operative delle Forze dell’ordine.
Un passaggio decisivo verso l’avvallamento delle politiche securitarie e della repressione politica che, in questi sei anni, hanno trasformato le nostre città e attaccato i movimenti con l’utilizzo della carcerazione preventiva e di reati come la devastazione e saccheggio o l’associazione sovversiva.

Il potenziale respiro internazionale dell’iniziativa è dato dal fatto che ad essere sotto accusa è l’intero movimento antifascista e anticapitalista che, da Seattle in poi, scende in piazza per contrapporsi ai vertici, ultimo nell’ordine di tempo quello in Germania, il prossimo in Giappone, nel 2009 in Sardegna. La repressione si è dispiegata anche per le mobilitazioni di Rostock, con arresti e processi attualmente in corso. Ogni situazione, nazionale ed internazionale, potrebbe quindi declinare la propria adesione con riferimento al contesto locale.
L’invito quindi è quello di trovare una data comune di mobilitazioni nei propri territori per esprimere la massima solidarietà e complicità con i 25 compagni alla sbarra.
Mai liberi finchè l’ultimo sarà schiavo!

Libereribelli per info e adesioni libereribelli@libero.it

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CON RENATO NEL CUORE- LA VERITA’ NON PASSA DAI TRIBUNALI

Riflessioni di fine processo

15 anni di carcere. Omicidio volontario.
Finisce così il primo grado di giudizio su Vittorio Emiliani, uno dei due assassini che il 27 agosto scorso ha ucciso Renato sul lungomare di Focene.

Nessuna gioia, nessuna “soddisfazione”, nessuna consolazione. Siamo andati via da quel tribunale con la tristezza negli occhi, col sangue al cervello, con tanta rabbia. I compagni, gli amici, la mamma, il fratello di Renato.  Come abbiamo sempre ribadito, non è nelle aule di un tribunale che cerchiamo o ci aspettiamo la verità. Nessuna sentenza ci ridarà il sorriso, la gioia, l’intelligenza, la vivida creatività, l’amore e la passione per la vita che tutt@ noi trovavamo ogni giorno negli occhi profondi di Renato.
 
La verità la conoscevamo già, forse anche prima di quella terribile notte. Conoscevamo la violenza cieca e stupida delle aggressioni razziste per strada, conoscevamo le lame fasciste e il sangue dei compagni, dei ragazzi, degli omosessuali, dei migranti vittime dei raid, nei centri sociali, nelle strade, nelle periferie di questa città. Conoscevamo i mandanti, lo sfondo e le motivazioni politiche delle imboscate, la viltà e l’infamità dell’intolleranza che genera mostri, conoscevamo la stupidità e l’arroganza degli autori materiali di raid e aggressioni, conoscevamo i disegni della destra, i doppiopetto in primo piano e le squadracce sullo sfondo nella notte.
 
Conoscevamo Renato. E da subito abbiamo denunciato a gran voce nella società, nelle strade e nella rete, che quella di Focene non è stata una rissa tra balordi, ma un’aggressione, un omicidio commesso da due fascistelli, giovanissimi ma cresciuti in fretta in un clima dalla lama facile fatto di intolleranza, odio e.razzismo. Non ci siamo mai nascosti dietro a un dito e, pur leggendo e denunciando le contraddizioni della giustizia dello Stato e della vendicatività inutile delle istituzioni carcerarie – sapendo che comunque la verità non si cerca nelle aule dei tribunali – da subito abbiamo detto che avremmo seguito il processo contro i due autori di quell’omicidio. Abbiamo scelto di essere presenti ad un processo estremamente difficile che fin da subito evidenziava omissioni, deviazioni nelle indagini, strane coperture, preoccupanti connivenze. La celtica tatuata sul braccio di uno degli aggressori, la parentela diretta dello stesso con un Carabiniere di istanza proprio al commissariato che ha condotto le prime indagini, il mancato ritrovamento del secondo coltello, la “strana” connivenza della cittadinanza di Focene che nulla ha visto o sentito quella notte, il fatto che il minore, ai domiciliari quasi da subito, vivesse a pochi metri dal luogo dell’assassinio con la sua famiglia.
 
Ora che il primo grado di giudizio è concluso e una pesante condanna per uno dei due assassini è stata emessa vorremmo dire, ancora una volta, la nostra e fare un bilancio della situazione con gli occhi di chi si ostina a seguire inchieste e processi come quello di Civitavecchia (come a Genova sul G8, a Ferrara per Federico Aldrovandi, a Milano per Dax e i fatti del S.Paolo) e di chi ha altre motivazioni che la "giusta pena". Di chi vuole spezzare quel sudicio e indegno apparato di potere e di disinformazione che scatta quando un episodio rischia di rivelare una verità scomoda, in modo che la volta successiva non succeda o al limite accada con qualche
 difficoltà in più.
 
Come più volte abbiamo denunciato pubblicamente fin sotto al Ministero dell’Interno, l’omissione più grave riguarda la scomparsa dei verbali con le dichiarazioni rese da Renato ai Carabinieri all’ospedale Grassi di Ostia poco prima di morire e poi riapparse sotto la pressione degli avvocati della famiglia Biagetti. I Carabinieri avevano stranamente dimenticato di trascrivere quelle parole importantissime per la ricostruzione dei fatti, e hanno poi depositato al GUP un’integrazione agli atti basata sulla memoria confusa e lacunosa di un Carabiniere di Ponte Galeria.  Poi c’è stata la richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Roma, gesto senz’altro simbolico ma non solo, dato che Veltroni dopo l’omicidio  non si espresse mai chiaramente sulla vicenda dando adito alla famiglia Biagetti  e ai suoi compagni e amici di pensare che si volesse nascondere la vicenda per  coprire il riemergere del neofascismo, i problemi, i conflitti aperti, i disagi  della sua città-vetrina. Per rimediare e dimostrare l’interesse della giunta,  Veltroni decise di prendere posizione nel processo.
La decisione del tribunale di rifiutare quest’istanza ha favorito dunque la deresponsabilizzazione di chi, come Veltroni, su una Roma pacificata in nome del profitto sta costruendo una carriera politica e un modello di governo che non guarda solo ai confini della capitale.
Essere parte in causa, seppur defilata, in un processo che parla del disagio delle periferie romane non avrebbe aiutato certo l’operazione di immagine e anzi, avrebbe dato al processo stesso un risalto probabilmente indesiderato. Il rigetto della costituzione di parte civile, in poche parole, autorizza il Comune a credersi assolto. In secondo luogo, con la sua decisione, il tribunale manda un segnale alla politica, intesa in senso lato: le istituzioni, i movimenti, i media si tengano fuori da questa vicenda. Il giudice vuole eliminare il rischio che la vicenda di Renato suggerisca analisi e prese di posizione, che vada oltre il semplice fatto di cronaca e di tribunale: che qualcuno che non sia un testimone, un imputato o un avvocato dica la sua, foss’anche un sindaco. Già ci sono i compagni di Renato a piangere e a lottare per esprimere l’amore, la rabbia e i sogni di Renato.
Anche il rifiuto di costituzione di parte civile da parte dell’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani, si inserisce in questo quadro che diviene così ancora più grave. Noi per primi abbiamo parlato fin dall’inizio di un’aggressione, ma chiaramente non di un’aggressione premeditata e organizzata da militanti di una struttura neofascista organizzata, quanto invece di un atto forse ancor più grave e preoccupante: ovvero di un omicidio commesso per mano di giovani sicuramente simpatizzanti della destra radicale ma che hanno agito da cani sciolti, sentendosi però legittimati da un clima culturale, sociale e politico costruito ad arte da alcuni personaggi politici della destra istituzionale che in diverse forme hanno dato indicazioni politiche su “chi” colpire e criminalizzare, costruendo il comodo meccanismo del nemico pubblico numero uno. Target sociale da colpire e che secondo il peso elettorale e di consenso politico che può riscuotere di volta in volta viene sostituito a rotazione: dai centri sociali agli immigrati, dalle battaglie ipocrite contro le droghe alle campagne contro gay, lesbiche e trans. Un clima che si manifesta su più livelli. Uno macroscopico sostenuto e costruito da politici più o meno popolari come Alemanno, Storace e Berlusconi che proprio nei giorni della morte di Renato rilasciavano dichiarazioni a difesa della “nazione contro l’invasione degli immigrati”, con slogan tipo: “Italia agli italiani”. Uno intermedio, militante e meno visibile, incarnato dalle strutture della destra radicale come Fiamma Tricolore che giocando strumentalmente sull’emergenza abitativa di Roma, occupa e fa occupare ai suoi militanti palazzine e spazi abbandonati trasformandoli in covi di neofascisti dove circolano apertamente posizioni politiche e culturali dichiaratamente neofasciste. Covi come Casa Pound e altre occupazioni così dette non conformi – le OSA – o altri covi più o meno attivi come quelli di Forza Nuova, da cui molte volte partono squadracce di picchiatori e potenziali assassini che con lame e bastoni aggrediscono il loro target del momento e che sostanzialmente agiscono anche indipendentemente dal primo e macroscopico livello, ma proseguono sulla traccia della stessa traiettoria.
E poi c’è il livello sociale di una parte minoritaria di giovani e pischelli di questa città che affascinati da questo immaginario dell’aggressione infame e al buio, con le lame alla mano, più o meno gratuitamente agiscono come hanno agito i due fascistelli di focene, con un livello di consapevolezza politica molto bassa ma quanto basta per sentirsi legittimati ad agire dentro questo clima di razzismo e intolleranza.
Quindi negare la matrice politica dell’aggressione e dell’omicidio è un atto gravissimo. I due ragazzi sono infatti innegabilmente legati all’ambiente della destra del litorale romano, e la celtica tatuata ne è conferma, tanto quanto l’atteggiamento razzista e prevaricatore che ha spinto i due ad aggredire, armati di coltelli, un gruppo di ragazzi usciti da una dance-hall reggae palesemente organizzata da realtà locali di sinistra. Questa è la verità, scomoda per molti, troppi poteri, più o meno influenti.
In ultimo ci preme sottolineare come Vittorio Emiliani sia solo uno dei due responsabili diretti di quell’omicidio. Poco si parla, anche nelle aule dei tribunali, della situazione del minorenne affidato ai genitori poco dopo l’arresto, reinserito quindi a “rieducarsi” nello stesso ambiente in cui è maturato l’omicidio, con tanto di amici giovanissimi e esultanti che fin fuori al tribunale hanno dimostrato per il ragazzo la propria stima, Amoroso, diciassette – ormai diciotto – anni di Nola, è responsabile dell’omicidio e delle coltellate di quella notte tanto quanto l’Emiliani. Il gioco delle parti per rimpallarsi la responsabilità e uscirne entrambi più o meno puliti, non funzionerà perché giorno dopo giorno noi saremo insieme, compagni, amici, familiari di Renato a gridare che la verità non si cancella. Aspettiamo le motivazioni della sentenza tra 90 giorni, ma non vogliamo contribuire al clima che sembra circondare il minore, scaricando la responsabilità solo su uno dei due ragazzi.

Quella notte del 27 agosto ’06 a Focene due persone armate di coltelli hanno aggredito e ferito tre persone. Una, Renato, è morta. Tanta era la determinazione di uccidere.
 
Queste sono le nostre verità. Per affermare questa unica e veritiera versione dei fatti: un omicidio come atto politico, un aggressione di stampo fascista e non una rissa tra bande o tra balordi. Per questo continueremo a lottare giorno dopo giorno.
 
Col sorriso di Renato nel cuore

"Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti"

I familiari di Renato, l’ Associazione Culturale “I sogni di Renato”, i compagni e le compagne di Acrobax, gli amici e i fratelli di Renato.

 Dal blog “ Verità per Renato”

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GIOVEDI 22 NOVEMBRE IN VIA MANCINELLI A MILANO PER FAUSTO E IAIO

GIOVEDI 22 NOVEMBRE 2007ORE 18 IN VIA MANCINELLI A MILANOINAUGURAZIONE DEL NUOVO MURALES DEDICATO A FAUSTO E IAIONel marzo del 1979  al primo anniversario della morte dei due ragazzi assassinati , riconosciuti dallo Stato nel 2001 come “Vittime del Terrorismo”,  fu realizzato un Murales che per 29 anni è stato un simbolo, un punto di riferimento e un luogo  dove portare un fiore, un biglietto, un pensiero…Purtroppo il murales con il tempo si è sgretolato e per questo chi allora lo dipinse con le lacrime e la rabbia dei 18 anni, è tornato a rifarlo con un’altra eta’ ma con la stessa voglia di raccontare una storia mai finita.Gli ex compagni di classe, gli insegnanti, gli amici e i familiari di Fausto e Iaio hanno realizzato con la tecnica del dipinto murale, da non confondersi con il graffito, il nuovo murale reinterpretandolo in un linguaggio contemporaneo, affinché il muro della memoria continui a raccontare di loro, di noi..Il nuovo murales  è la prima delle tante iniziative programmate  in occasione del trentennale dell’assassinio.Si ringrazia la Provincia di Milano per  l’approvazione del progetto, l’A.T.M. per aver concesso il muro, la vigilanza urbana del Comune di Milano per la disponibità. Chi non ha memoria non ha futuro Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio e Gruppo di lavoro ”un murales per la memoria”

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MARTEDI 20 NOV ORE 21 ASSEMBLEA IN PERGOLA

MARTEDI 20 NOV ALLE ORE 21 ASSEMBLEA IN PERGOLA A MILANO.

DOPO LA SENTENZA DI APPELLO SULL’11 MARZO E DOPO IL 17 NOVEMBRE A GENOVA CONTINUARE LA MOBILITAZIONE, COSTRUIRE LA SOLIDARIETA’  PROPOSTA DI UNA NUOVO MOMENTO DI LOTTA E INFORMAZIONE

proposta[1].doc

LIBERERIBELLI

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Giovane antifascista ucciso a Madrid. L’assassino è un militare

carlos antifascista ucciso a Madrid

CON CARLOS NEL CUORE

L’uomo arrestato ieri perché sospettato di essere l’autore dell’omicidio di un ragazzo antifascista, ucciso nella Metro di Madrid, è un soldato dell’esercito spagnolo impiegato nel Regimiento Inmemorial del Rey del Ejército de Tierra.
Secondo fonti militari citate dall’Europa Press, il presunto omicida è entrato nell’esercito come soldato professionale lo scorso anno. Si tratta di Josué Estébanez de la Hija, 24 anni.
L’aggressione, avvenuta domenica notte, contro il 16enne, ucciso a colpi di arma da taglio, ha coinvolto anche un altro antifascista, pugnalato a un polmone e ora ricoverato all’ospedale "12 ottobre" della capitale. Teatro dello scontro, la stazione metropolitana di Lagazpi. La causa, l’incontro fra un gruppo di neonazisti, che si stavano dirigendo a una manifestazione in centro, e gli antifascisti, intenzionati a contromanifestare.
A incastrare il neonazista sono state le telecamere di videosorveglianza dissemiante nella metropolitana. Estébanez, vestito con una camicia marchiata da un emblema nazista, stava andando all’Usera, dove era stata convocata la manifestazione del partito di estrema destra Democracia, quando, dalla carrozza in arrivo alla fermata Lagazpi, ha individuato una trentina di giovani redskin, di sinistra, in attesa di salire. A questo punto, ha estratto dallo zaino una lama di 25 centimetri, nascondendola lungo il braccio. La tragedia si è compiuta quando la metro ha aperto le porte e i ragazzi di sinitra sono entrati: il soldato ha infilato il coltello nel polmone del 16enne, fino ad arrivare al cuore.
Al tentativo degli amici di rispondere all’attacco, il 24enne ha cominciato a sferrare coltellate all’impazzata, ferendo Alejandro Jonatan M. M. di 19 anni.



Da IndyMedia_Madrid
Lo stesso giorno a Madrid e in altre città i collettivi antifascisti hanno convocato una prima manifestazione in risposta all’assassinio di Carlos. Dopo la manifestazione ci sono stati scontri con la polizia. Un giovane è stato detenuto.
Questi stessi gruppi razzisti e fascisti pretendono di tornare ad occupare il centro di Madrid il prossimo sabato 17 novembre, per una manifestazione contro l’immigrazione, senza che, come pare, le autorità glielo impediscano, nonostante quello che è successo. Intervista a un’attivista del CS El Patio, Madrid.
  [ audio ] http://www.globalproject.info/IMG/mp3/121107_madrid.mp3
 Vedi anche:
Madrid: muore giovane antifascista accoltellato. Con intervista a Nora del Centro Sociale Occupato "La Traba".
Links
Indymedia Madrid
www.nodo50.org/antifa
lahaine.org

 

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“Da Milano e Lombardia Tornare a Genova con i treni speciali e di movimento. La Storia siamo noi

Perché un evento storico come la mobilitazione contro il G8 del 2001,
di straordinaria potenza e di innovazione delle forme di partecipazione
politica, non venga riscritto nelle aule di tribunale.
Per impedire che 25 persone a Genova e 13 a Cosenza paghino,
con secoli di carcere e milioni di euro, la volontà di
rivalsa sul fatto che 300.000 persone scesero in piazza
nel 2001 contro i padroni del mondo.
Perché questi processi con imputazioni assurde e anacronistiche
come il reato di "devastazione e saccheggio" e con le loro
prossime sentenze, non diventino un’ipoteca sulla libertà
di manifestare di tutti i movimenti.
Perché Genova, come nel 2001, si faccia portatrice di un mondo senza
frontiere, contro ogni forma di razzismo, contro politiche securitarie
ed espulsioni di massa che mettono a rischio le libertà di tutti.
Le promozioni di De Gennaro e di molti altri dirigenti delle
forze dell’ordine coinvolti nei fatti di Genova, la sicura prescrizione
dei processi contro i poliziotti imputati per il massacro della scuola
Diaz e le torture della caserma di Bolzaneto, l’archiviazione del
processo per l’omicidio di Carlo Giuliani, così come la bocciatura
della commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’ordine
pubblico in quelle giornate, rappresentano un’ulteriore offesa ai
movimenti e uno schiaffo alla città di Genova.
*Ripartiamo da Genova per mobilitarci contro chi devasta la
nostra storia e saccheggia le nostre vite*.
Tutti a Genova Sabato 17 Novembre La Storia Siamo noi
Treno di movimento da Milano e Lombardia ore 11 Stazione Centrale di Milano.
Meeting points locali per raggiungere Milano e prendere questo treno :
Stazioni FFSS Brescia ore 9,30; Monza ore 10; Magenta ore 11; Pavia ore 11.30. 
Altre stazioni per raggiungere in tempo il treno che partirà da Milano :
Sondrio ore 9.00; Varese ore 9.45; Saranno ore 10.00; Abbiategrasso ore 10.00 (bus sostitutivo del treno); Cremona ore 10.15; Como ore 10.30; Bergamo ore 10.45
Altri appuntamenti per prendere il treno di movimento : ore 10 @ Il Molino Via cassarate 8, Lugano.

FIRME:      Antifa-milano.noblogs.org    Asso (mi)    Barattolo (PV)    Cantiere.org (mi)    Casa Loca (mi)    ChainWorkers (mi)    Collettivo di Scienze Politiche (mi)    Coordinamento dei Collettivi Studenteschi di Milano e Provincia    CRM (magentino)    Eterotopia (s.giuliano)    Foa Boccaccio 003 (monza)    Gruink (mi)    Magazzino47 (bs)    OLA – collettivo mediazione (mi)    Sinistra Critica Milano    Supporto Legale    Ya Basta mi

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